Elena Re Coaching Cuneo

La FORMAZIONE di un coach

Oggi argomento scottante, che giustamente è stato molto richiesto da chi ha compilato il mio sondaggio di gennaio.Happy graduates.

Come si diventa coach? Qual è l’iter formativo?

Ebbene, la risposta è semplice e complessa al tempo stesso.

La parte semplice della risposta: in Italia non c’è un percorso formativo riconosciuto che possa “certificare” legalmente e ufficialmente un coach.

Come ricorderete, in questo post vi avevo raccontato che in Italia non esiste al momento alcun riconoscimento effettivo della professione di Coach, la quale rientra fra le professioni “non organizzate in ordini o collegi” normate dalla Legge 4/2013.

Questo implica che chiunque possa decidere di definirsi coach e di esercitare un’attività di supporto alla persona o alle organizzazioni definendola coaching, senza aver conseguito alcun titolo di studio legalmente riconosciuto, quindi bisogna fare attenzione a chi ci si rivolge.

Al tempo stesso, il fatto che sia possibile non significa che la maggior parte dei coach professionisti in circolazione si stiano comportando così.

Chiaramente, se io, potenziale cliente, mi rivolgessi ad un coach senza informarmi sul suo percorso formativo o se decidessi di avvalermi delle sue prestazioni professionali pur sapendo che non ha di fatto seguito una formazione qualificante ad hoc, potrei solo biasimare me stessa nel caso in cui non ottenessi i risultati desiderati o scoprissi che le tecniche utilizzate appartengono a qualche altro tipo di approccio che non sia il coaching.

Elena Re Coaching CuneoTuttavia, come potrei da potenziale cliente valutare la validità del percorso formativo del coach che possiede effettivamente una certificazione, un attestato, un “diploma”?

Infatti, così come chiunque è autorizzato a dichiararsi coach senza poter essere contestato, allo stesso modo chiunque può decidere di aprire una scuola per coach senza essere in possesso di titoli o abilitazioni particolari!

E di fatto è proprio quello che sta avvenendo in Italia.

Con l’attuale crisi economica che rende più complesso trovare un lavoro e le statistiche del mondo statunitense e anglosassone che evidenziano come il coaching sia una professione in forte crescita, molti ritengono di poter “fare il coach”. E molti si sono lanciati nell’offrire una formazione, più o meno approfondita, per un investimento economico che oscilla fra i 2.500 e i 25.000 euro e una durata compresa fra le 80/100 ore e i due anni. Alcuni enti formativi sono seri e offrono corsi molto validi, altri meno.

Quindi?

Come posso fare io, che ritengo di volere ricorrere ad un supporto professionale in modo da raggiungere un certo risultato con maggiore velocità, efficacia ed efficienza, a decidere quale professionista sia davvero idoneo a darmi tale supporto?

Oppure: come posso fare io, che desidero diventare un coach, a scegliere fra le offerte formative che si moltiplicano di giorno in giorno, in modo da essere pronto ad affrontare una professione così delicata in quanto vocata al supporto della persona?

La parte complessa della risposta è: faccio le mie ricerche, e le faccio bene.

Detective Looking for CluesOpzione 1: valuto i criteri di riconoscimento del corso di studi che il coach ha frequentato da parte dell’associazione alla quale il coach aderisce.

Sempre la Legge 4/2013 prevede la costituzione di “associazioni professionali … con il fine di valorizzare le competenze degli associati, diffondere tra essi il rispetto di regole deontologiche, favorendo la scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza”.

Tali associazioni peraltro prevedono anche l’obbligo di formazione continua, quindi per mantenere l’iscrizione il coach deve dimostrare di aver continuato la propria formazione teorica oltre alla pratica della professione.

Non è una garanzia in senso assoluto, ma un primo step importante anche perché l’adesione non è obbligatoria, bensì facoltativa, e ritengo si tratti di un segnale di professionalità da parte del coach che la sceglie. Per quanto mi riguarda, io aderisco ad AICP – Associazione Italiana Coach Professionisti e ogni anno devo dimostrare di aver maturato almeno 40 crediti formativi.

Opzione 2: verifico direttamente l’etica e la metodologia del coach valutando quelle proposte dall’ente formativo presso il quale ha studiato.

Alcuni percorsi prestigiosi non rientrano, per scelta e non per mancanza di contenuti o di un codice deontologico, nell’elenco di quelli riconosciuti dalle varie associazioni, magari perché fanno riferimento ad una propria associazione internazionale.

Ad esempio, molti corsi basati sulla PNL sono riconosciuti dalla NLP Society, dalla International Trainers Academy of Neuro-Linguistic Programming o dalla NLP University, enti statunitensi con uno storico importante in termini di formazione e diffusione di competenze specifiche relative anche al coaching.

ForschenDetto tutto questo, dopo aver fatto le ricerche del caso e aver chiesto referenze a precedenti coachee del coach prescelto, la cosa migliore che un potenziale coachee possa fare è mettere alla prova il coach con qualche sessione.

Una – quella gratuita, detta intake session – può bastare per capire se “a pelle” ci piacciamo, ma ne suggerirei almeno tre per poter capire se la metodologia adottata dal coach corrisponde alle nostre aspettative ed esigenze.

La relazione di coaching è unica, non codificabile, non prevedibile: è importante darsi la possibilità di farla crescere un minimo per poterne valutare l’efficacia.

Inoltre lo stesso coach potrebbe con noi adottare un approccio diverso per affrontare un obiettivo diverso, e se è un bravo coach probabilmente lo farà, quindi piuttosto che giudicare il professionista è importante giudicare i risultati che ottiene.

Naturalmente quanto scritto vale anche nel caso si voglia scegliere un percorso formativo per diventare coach, sempre tenendo presente che non si tratta di una professione che si “fa” bensì di un modo di essere e di approcciare la vita.

A maggior ragione, prima di avventurarsi su questa strada, è importante aver provato il coaching come coachee almeno qualche volta, giusto per capire se questo strumento ci corrisponda davvero.

Si tratta in entrambi i casi di un piccolo investimento che può valere un capitale: io all’epoca l’ho fatto e non me ne sono mai pentita.


Spero su questo argomento di essere stata ancora più chiara delle altre volte, perché credo ci sia troppa confusione sul tema e ho la sensazione che venga alimentata da interessi economici non proprio limpidi.

Per favore, se hai qualche dubbio fammelo sapere scrivendomi QUI!

Io non ho una scuola di coaching, non intendo aprire una scuola di coaching e non sponsorizzo nessuno. Esprimo la mia opinione: se qualcosa mi piace ve lo dico, e nel farlo non ci guadagno, né economicamente né sotto altri punti di vista.

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