allenamento, self coaching, felicità, infelicità, consapevolezza

Sull’INFELICITÀ, professionale e non.

3d man jumping over a hurdle obstacle titled tax, crisis, lossTi è mai capitato di vivere un periodo piuttosto difficile, ogni giorno un po’ più pesante, di sentirti a ogni passo sempre più stanco e privo di energie fisiche e mentali, ma di dirti che “tutto sommato non va poi così male”? Di tirare avanti, nonostante tutto, con la sensazione di partecipare a una corsa a ostacoli che non ha mai fine ma sperando che prima o poi Gestresste Geschäftsfrau schreit ins Telefonarriveranno giorni migliori? E poi un giorno esplodi, letteralmente: urli e sfoghi tutte le tue frustrazioni o scoppi in lacrime, in un pianto che sembra non avere mai fine?

Immagino di sì: capita sempre più spesso a un sempre maggior numero di persone, e uno dei motivi – non il solo, ovviamente – secondo me è da ricercarsi nel fatto che a molti di noi manca la consapevolezza della nostra felicità o infelicità.

Sembra sempre più spesso che le persone siano vagamente convinte di non essere felici, ma al tempo stesso incapaci di riconoscere di sentirsi a tutti gli effetti infelici.

Ci è stato insegnato che c’è sempre chi sta peggio di noi, ed è anche troppo vero; che con i tempi che corrono essere insoddisfatti di quello che abbiamo, soprattutto se si tratta di un lavoro relativamente sicuro, è da ingrati e da incoscienti; che bisogna fare buon viso a cattivo gioco, accontentarsi e tirare avanti fino a quando – si spera presto – non verranno tempi migliori.

In sé si tratta di ottimi insegnamenti, perché è anche troppo facile Celebrate Thanksgivingdimenticarsi di quanto siamo fortunati (capiamoci, uso il termine fortuna in senso lato, perché in molti casi c’è una buona dose di impegno personale dietro a quella che comunemente viene definita fortuna) e di quanto di bello ci sia nella nostra vita: la salute, la famiglia, gli amici, una casa, un lavoro, i mezzi per vivere dignitosamente, alcune di queste cose o anche tutte insieme. Tesori preziosi di cui essere consapevolmente grati, qualunque cosa accada.

 

Tuttavia, c’è un fenomeno che ho notato ripetersi: le persone che non sono sinceramente contente di quanto hanno di buono sono anche quelle meno consapevoli di cosa ci sia che non va nella loro vita. E’ come se si mantenessero nel mezzo, facendo un esercizio di equilibrismo che in questi casi ritengo molto più dannoso che utile.
Infatti, solo riconoscendo cosa ci fa felici allenamento, self coaching, felicità, infelicità, consapevolezzapossiamo davvero comprendere – e ammettere con noi stessi – cosa invece non ci rende felici: l’ombra netta emerge quando il sole splende, non quando il cielo è coperto di foschia. E in questo modo, illuminando il bello ed evidenziando il brutto, possiamo scegliere di essere felici nonostante gli elementi di disturbo, e contestualmente attivarci per porre rimedio a quello che non va o per ricercare quello che manca.

Mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi non serve a nulla! Anche perché il solo risultato è accumulare tensione, rabbia, infelicità, frustrazione, finché un brutto giorno si scoppia, come una caldaia a vapore senza sfiati. Accontentarsi non è una soluzione, non se significa scegliere volontariamente di vivere in una terra di mezzo dai colori spenti.

luci della ribaltaQuello che possiamo fare, invece, è decidere di portare la nostra attenzione agli aspetti positivi della nostra situazione, provando volontariamente gratitudine per essi, e permettere che la luce di tale attenzione faccia emergere le ombre.

Poi, mantenendo un atteggiamento gentile verso noi stessi, possiamo metterci alla ricerca di soluzioni: soluzioni magari parziali, ma che presenteranno comunque il vantaggio di portarci un po’ più avanti rispetto a dove siamo oggi e un po’ più vicini ad ampliare la nostra “zona felice”.

 

 

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