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Elena Re Coaching Cuneo

Insoddisfazione sul lavoro?

Insoddisfazione sul lavoro? Ecco il 1° passo da fare!

Oggi parliamo un po’ di lavoro e di carriera, argomento che, se mi conosci un po’, sai essere fra i miei preferiti.

insoddisfazione-lavoroLe statistiche in merito alle persone insoddisfatte della propria situazione professionale si sprecano, al punto che alcune ricerche dichiarano percentuali allarmanti, ma a prescindere dalle cifre basta guardarsi intorno.

Tanti, troppi, si trascinano al lavoro e passano il tempo a desiderare l’ora di chiusura, il venerdì e le ferie.

Uno spreco assurdo di tempo, di energie, di talento e di potenziale!

Io ho fatto parte per anni di questa schiera di insoddisfatti e, lo dichiaro senza remore, il mio percorso nel coaching nasce proprio da questo tipo di situazione.

Ho voluto con tutte le mie forze cambiare in una direzione che mi facesse sentire realizzata e felice, e adesso che ci sono riuscita desidero con tutte le mie forze aiutare chi sta vivendo il mio stesso disagio ed è a sua volta pronto ad affrontare la questione e mettersi in gioco.

insoddisfazione-lavoroPer chi si rassegna non c’è, al momento, molto da fare.

Ma a chi ha voglia di stare meglio, di migliorare le cose, di alzarsi la mattina con la certezza di non andare a sprecare la giornata, voglio dire: c’è molto che si può fare, da subito, e senza necessariamente compiere scelte drastiche e definitive.

E il primo passo da fare, in assoluto, per superare la propria insoddisfazione sul lavoro è lavorare su se stessi.

Magari l’hai già sentito dire (il più delle volte a sproposito, su un piano prettamente teorico), o magari no perché lavorare su se stessi fa molto crescita personale, molto new age, ed è considerato poco importante nell’ambito professionale, soprattutto a fronte di competenze tecniche specifiche e conoscenze approfondite del macro e del micro settore di appartenenza.

Si viene incoraggiati ad acquisire esperienza e conoscenza, al massimo competenze trasversali e relazionali, ma raramente si parla di approfondire la conoscenza di se stessi.

Invece, tutto parte da te, da aspetti di te che non hai mai esplorato e che non hai mai considerato importanti ai fini della tua realizzazione professionale.

Oggi quindi ti invito a fare un primo esercizio nella giusta direzione e ti suggerisco di riflettere su un articolo che secondo me contiene più verità di quanto non appaia a un primo sguardo: 4 mentalities that are killing your career.

Per chi non conoscesse bene l’inglese o non avesse il tempo di leggerlo, lo riassumo brevemente.

Partendo dal concetto che il lavoro fisso è morto e che questo non sia necessariamente un male, l’autrice suggerisce l’importanza di approcciare la vita professionale sentendosi business partner  – e non più impiegati o dipendenti – del proprio datore di lavoro.

Inoltre, avverte di prestare particolare attenzione a non coltivare una di queste quattro tipologie di mentalità, che ostacolano qualsiasi progresso :

  1. Persone che considerano ogni cambiamento, ogni opzione, ogni variazione di percorso, come un rischio da soppesare all’infinito, e intanto il tempo passa;
  2. Persone che hanno definito un percorso al quale attenersi e non considerano alcuno scostamento dallo stesso, perdendo così ottime opportunità;
  3. Persone che hanno infinite, ottime idee per migliorare la propria carriera, ma non agiscono in modo concretamente focalizzato e costante nel tempo per realizzarle;
  4. Persone che ritengono che il proprio percorso professionale sia regolato dal fato, dalla fortuna o dal caso, e quindi accettano qualsiasi opportunità si presenti senza definire una direzione in modo proattivo.

Senza voler salire in cattedra, io di certo ero colpevole – a fasi alterne – di almeno un paio di questi approcci mentali.

E tu, quale ritieni stia ostacolando la tua soddisfazione professionale?

Pensaci, e – se vuoi – fammelo sapere nei commenti!

ER coaching

la nostra reputazione online

Facebook mon amour: reputazione e social network

Oggi parliamo di social media, e dell’impatto che hanno sulla nostra reputazione se utilizzati male: cominciamo da Facebook, il più popolare e il più abusato.

È da un po’ che questo post vuole saltar fuori dalla mia tastiera, ma mi sono sempre trattenuta perché non mi piacciono le maestrine dalla penna rossa, men che meno quando il rosso diventa quello delle correzioni invece di quello di un ornamento. Oggi però ho trovato su Facebook un articolo in merito, i cui alcuni commenti che mi hanno fatta riflettere.

Dislike on FacebookL’articolo (che ufficialmente sarebbe stato pubblicato su The Huffington Post USA, ma in pratica non si sa dato che il link interno porta ad un post diverso) in sostanza consiglia di astenersi da una serie di comportamenti, quali:

  • Postare stati contenenti “catene di Sant’Antonio”
  • Fare il tifo per una squadra con entusiasmo eccessivo e comportamenti al limite del delirio
  • Parlare continuamente di bambini, matrimoni e/o fidanzamenti ufficiali
  • Vantarsi di bere molto e/o postare foto a riguardo… e chiedere scusa, il giorno dopo
  • Inviare continui inviti allo spettacolo, alla mostra o al concerto di turno
  • Credere che il vostro profilo sia come un blog
  • Richiedere l’amicizia a persone che, in realtà, non conoscete
  • Interagire con persone con cui non avete assolutamente nulla in comune
  • Inviare un milione di inviti a “Farmville”
  • Vantarsi in modo eccessivo
  • Vantarsi “umilmente”

Mancano giusto “non postare gattini/cibo ogni 2 ore”, “non postare bufale, controlla le fonti” e il più recente “non aggiungere a oltranza persone a caso ai tuoi gruppi”, tre classici inascoltati.

Alcuni di questi suggerimenti sono stati contestati con forza da molti commentatori, in particolare quello relativo al blog che a mia volta non condivido, e altri hanno commentato “roba da antichi” e “banalità trite e ritrite”.

Davvero? Forse sì, ma prova a metterti nei panni di un selezionatore, di un potenziale cliente, di un possibile socio in affari (o anche del genitore di un amico di vostro figlio, di un vicino di casa, etc).

Cerca il tuo nome su Google, e il primo – e a volte unico – risultato lo/la porta a Facebook.

festa - bagordi - alcoolEntra nel tuo profilo e, pur senza essere fra i tuoi amici, trova solo immagini in costume da bagno o a feste alcooliche. Oppure solo infiniti record battuti al giochino di turno (magari in orario lavorativo). O l’apologia di una squadra di calcio con relativi insulti e alterchi verbali con i seguaci delle squadre rivali, volgarità incluse. O solo selfie con duck-face di rito, o solo gattini, o tutti i tuoi pasti, oppure una fila di condivisioni di post su scie chimiche, malattie della pelle prese toccando un insetto, e altre amenità simili.

Sono oggettivamente presupposti sulla base dei quali instaurare una relazione di reciproca fiducia?

Si può obiettare che un selezionatore/socio/cliente degno di questo nome non dovrebbe farsi condizionare da quello che trova all’interno di un profilo personale, su un social dedicato al tempo libero, alle relazioni, ai contatti informali. Peccato che

  • siamo tutti esseri umani e spesso cediamo al potere della prima impressione
  • determinati aspetti della nostra vita privata dovrebbero rimanere, come dice ilprivacy nome, privati. Facebook ha previsto molti modi di proteggere la propria privacy, che permettono di decidere chi può vedere i nostri contenuti e chi no. A meno di avere a che fare con uno smanettone, è sufficiente decidere che le foto delle nostre serate in discoteca siano visibili solo a un certo gruppo di amici, ed eviteremo di dare una prima impressione sbagliata (o giusta, ma inutile ai fini di una selezione)

C’è davvero bisogno di ribadire questi concetti?

Il mondo con i social networkSì, soprattutto perché, diversamente da quanto ci si poteva aspettare alcuni anni fa (quando comunque FB non esisteva), oggi il mondo si è fatto più piccolo e più instabile e nessuno può essere sicuro di non dover mai rimettersi in gioco e di chi potrà incontrare lungo il percorso.

Ancora oggi ci sono profili di professionisti che so essere estremamente seri e validi, dei quali tutto il mondo vede i bagordi serali e i tatuaggi, e nient’altro. E ci sono persone che perdono ogni ritegno rivelandosi intransigenti e aggressive, sotto gli occhi di tutti. Di persona, non mostrerebbero quello che mettono in primo piano sui social, eppure prima di cliccare su INVIO non si pongono la più semplice delle domande: è qualcosa che davvero voglio condividere con tutto il mondo?

Se desideriamo essere presi sul serio, si tratta di una domanda che è meglio farsi. Così come imparare a usare le impostazioni della privacy.

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