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Elena Re Coaching Cuneo

Risultati = Valore: sono davvero sinonimi?

Questa settimana ho partecipato a un interessante incontro della Comunità di Pratica di life coaching organizzata in Piemonte dal Coaching Club AICP, e in merito al concetto di valore è emerso con forza un argomento, introdotto da un collega che stimo molto:

fra le missioni del coaching c’è anche l’aiutare le persone a svincolare il proprio valore dai propri risultati.

 

Sempre questa settimana, avrei dovuto partecipare a una conferenza durante la quale, fra le altre cose, si è parlato di quanto sia importante dare attenzione ai risultati, invece che alle parole, per valutare il valore di un professionista, di un’azienda, etc. e più in generale della persona con cui abbiamo a che fare.

Dato che coaching per definizione è sinonimo di allenamento, e che l’allenamento implica una valutazione basata sui risultati ottenuti,

e dato che la nostra società è sempre più orientata – nel bene e nel male – a giudicare le persone sulla base dei loro successi,

ho pensato che fosse il momento di spendere qualche parola in merito a questo tema così delicato. Continua a leggere

direzione

Scegli la tua DIREZIONE prima dei tuoi obiettivi

Eccoci arrivati all’ultimo passaggio del nostro percorso verso la chiarezza: oggi parliamo di direzione.

Abbiamo già lavorato per scoprire la nostra Identità e il nostro Scopo, elementi essenziali a supporto della nostra felicità, e adesso è il momento di trasferire nella quotidianità quello che abbiamo imparato su noi stessi.

Definire la nostra direzione, e successivamente i nostri obiettivi, significa infatti rendere concreti e reali i concetti astratti legati a chi siamo e a quale missione riteniamo di volerci dedicare.

Possiamo farlo in molti modi; uno di questi è rispondere con sincerità ad alcune domande, solo in apparenza semplici.

Pensando intensamente a chi sei e al significato che vuoi dare alla tua vita, chiediti:

  • quali qualità posso sviluppare per esprimere al meglio chi sono e rendere concreta la mia missione?
  • quali conoscenze posso acquisire?
  • quali esperienze posso fare?
  • chi posso aiutare, e come?
  • se io fossi al mio meglio, quale sarebbe il primo passo che farei per realizzare la mia missione?

Per usare una metafora di Claudio Belotti, un coach che ammiro e seguo da anni, rispondere a queste domande ti permette di capire se vuoi andare a nord, sud, ovest o est. Quando hai fatto chiarezza in merito alla direzione, ad esempio definendo il nord come tua direzione, decidere di andare a Londra piuttosto che a Oslo – vale a dire darti un obiettivo chiaro – sarà più semplice e ti permetterà di scegliere con consapevolezza strumenti e risorse necessarie per arrivarci.

Si tratta di un passaggio essenziale, perché passare alla definizione degli obiettivi senza aver dato una direzione alla propria vita può portare a commettere tre passi falsi, molto costosi in termini di tempo e di dispendio di energie:

  • la scelta di un obiettivo sbagliato (vale a dire, non coerente con chi siamo e con lo scopo per cui siamo vivi),
  • la scelta di percorsi sbagliati per arrivare all’obiettivo giusto (ad esempio, ricorrere una promozione per poi scoprire che il nuovo lavoro non ci permette di esprimere le nostre qualità o di trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari),
  • la dispersione delle nostre energie nel perseguire due o più obiettivi che si trovano in direzioni diverse se non opposte (ad esempio, impegnarsi in troppe attività volendo dare il 100% in tutte e finendo per non avere più tempo né energie per se stessi).

Quindi è importante dedicare la giusta attenzione a definire la nostra direzione PRIMA di decidere i nostri obiettivi, in modo da essere certi di non sbagliare strada.

Sempre tenendo presente che “sbagliando si impara” e soprattutto che

Non si piange sulla propria storia, si cambia rotta” – B. Spinoza

Elena Re Coaching - Cuneo

qual è il tuo scopo

Scopo o missione? Chiamalo come vuoi, ma scopri qual è!

Allora, come sono andati gli ultimi giorni alla (ri)scoperta di chi sei? Mi auguro bene, in ogni caso c’è sempre tempo per approfondire… e certamente torneremo sull’argomento, nel blog o via newsletter [a proposito, ti sei iscritto, vero? Non vorrai perderti il materiale esclusivo che preparo solo per i miei iscritti, giusto? Trovi il box qui accanto => ;-) ]

Novembre è finito ieri, però il nostro percorso verso la chiarezza non è ancora giunto al termine: ci sono almeno un paio di argomenti che vorrei ancora affrontare con te in questo 2015, quindi ho deciso di proseguire per almeno due o tre articoli. Spero ti faccia piacere!

L’argomento di oggi è lo scopo, a volte definito mission/missione.

In altre parole, andiamo alla ricerca della risposta a domande come: cosa ci sto a fare qui, qual è il senso di tutto questo correre e affannarsi, qual è lo scopo della mia vita? Sono domande di spessore e di peso, e infatti porsele spesso genera una sensazione di pesantezza. Questo perché, diversamente dalla domanda clou della settimana passata, queste in qualche modo siamo stati abituati a farcele, o a sentirci dire che dovremmo farcele, in occasione di scelte più o meno importanti per il nostro futuro.

Infatti, spesso veniamo spinti da chi ci circonda a decidere cosa vogliamo fare, in che direzione vogliamo andare, a definire un percorso di vita come se questo coincidesse con il vero motivo per cui siamo qui.

Io non penso che le due cose necessariamente coincidano. Credo invece che la confusione nasca nel periodo dell’adolescenza, quando si deve prendere la decisione di quale scuola superiore frequentare e spesso tale decisione ci viene presentata come cruciale e definitiva, come se potesse segnare per sempre il corso della nostra vita. Il che è vero, come lo è per tutte le nostre decisioni (hai presente il film Sliding doors?), e al tempo stesso non lo è affatto (quanti di noi hanno un percorso di vita coerente con lo sbocco professionale previsto per il percorso scolastico delle superiori? Io no di sicuro!).

Allo stesso modo, nel corso della vita, dobbiamo prendere delle decisioni sul lavoro da cercare o da accettare, le persone da frequentare, il luogo in cui vivere, la famiglia da formare, e queste decisioni si presentano spesso come momenti cruciali che ci potrebbero/dovrebbero definirci come persone e dare significato alla nostra vita. E, per chiarirci le idee, leggiamo libri che indagano sul senso della vita, vediamo film che ci offrono l’una o l’altra prospettiva, ci appassioniamo a eventi che sembrano spiegare e dar un senso a quanto ci accade.

Il fatto è che, dal punto di vista strettamente filosofico e spirituale, definire “il senso della vita” è un compito paragonabile alla ricerca della felicità: la definizione, quindi l’obiettivo della ricerca, in sé è mutevole, mano a mano che cresciamo ed evolviamo come persone.

Questo però non significa che non si possa dare uno scopo ai nostri giorni e a quello che facciamo, così come possiamo (e dovremmo) definire cosa ci rende felici nella vita di tutti i giorni.

Paradossalmente, il punto di partenza per questa ricerca dello scopo non sta nella comprensione dei massimi sistemi, bensì nell’analisi delle piccole cose. Molti articoli che ho trovato sull’argomento (uno fra tutti, da una fonte che apprezzo) suggeriscono di chiedersi cosa ci piace fare, quali sono i nostri hobby, quali erano i nostri sogni da bambini, quali le attività che preferivamo allora.

Un ottimo punto di partenza, che io ti consiglio di ampliare ponendoti queste domande:

  • Qual è il vero motivo per cui ti piacciono le cose che ti piacciono?
  • Quale tuo bisogno soddisfano? quale tuo impulso?
  • Quale emozione ricerchi nel dedicarti alle cose che ti piacciono?
  • Quale vantaggio ne ricavi?

Queste domande (che possiamo applicare anche alla vita professionale chiedendoci il motivo per cui alcuni aspetti del nostro lavoro ci piacciano particolarmente, etc…) sembrano forse poco attinenti all’obiettivo che ci siamo posti, cioè fare chiarezza sullo nostro scopo. In realtà, sono la strada per arrivare molto più vicini alla nostra essenza di quanto sia possibile affrontando la cosa di petto: questo perché con gli anni abbiamo disimparato a esprimere noi stessi e ad ascoltarci, ma il nostro vero sé lascia delle tracce. E le tracce del nostro scopo si trovano proprio nelle cose che ci piacciono, o meglio, nei bisogni che queste cose soddisfano.

Quindi… buona ricerca, e fammi sapere quali tracce avrai trovato!

 Elena Re Coaching - Cuneo

conosci te stesso

Quanto conosci te stesso?

Sei pronto a fare sul serio per portare chiarezza nella tua vita? Finora abbiamo preparato il terreno, imparato a fare ordine dentro e fuori di noi e scoperto come gestire una delle principali fonti di auto-sabotaggio… adesso si comincia con il lavoro vero!

Quando parlo di chiarezza e quando con i miei coachee lavoro sull’acquisire chiarezza, le aree cui faccio riferimento sono essenzialmente tre:

  • identità =>intesa come la risposta alla domanda “chi sono/sento di essere?”
  • scopo => inteso come la risposta alla domanda “qual è il motivo per cui sono qui?”
  • obiettivo => inteso come modalità di realizzazione di identità e scopo 

A volte non sembra, perché le persone possono arrivare da un coach con la preoccupazione di COME ottenere un certo risultato, che hanno già definito e chiarito con se stesse.

Certo, è vero che il come è una diretta conseguenza del chi, del perché e del cosa. Al tempo stesso, è altrettanto vero che, lavorando sui come secondo certi criteri, si arriva a definire – meglio o del tutto – proprio chi siamo, cosa ci muove e quale obiettivo ci permetterebbe di esprimere noi stessi.

Nell’ambito del nostro mese sulla chiarezza, i post sull’ordine, sul silenzio, sulle emozioni, hanno rappresentato modi diversi di lavorare sul come: se infatti noi predisponiamo l’ambiente che ci circonda e il nostro “ambiente interiore” a sostenerci nella nostra ricerca di chiarezza e di successo, le probabilità che chiarezza e successo si verifichino nella nostra vita sono decisamente più alte. Inoltre, lavorare sul come ci permette di bypassare le difese che noi stessi abbiamo eretto per proteggerci ed evitare che venga intaccata la nostra immagine di noi stessi.

In ogni caso, a questo punto del nostro percorso, è giunto il momento di affrontare la questione in modo diretto, quindi oggi cominciamo a toccare, con intento pragmatico e senza alcuna velleità o pretesa filosofica o psicologica, l’aspetto più complesso della triade: l’identità.

Lo facciamo con alcune domande a bruciapelo, e ti chiedo di dare una risposta sincera a te stesso, prendendoti tutto il tempo che ti serve:

  • Se tu dovessi descrivere chi sei oggi, in tre parole, a un bambino di 6 anni, quali aggettivi sceglieresti? (Prendi un foglio e una penna e fallo ora, per favore, per iscritto. E ricorda che un bambino di quell’età ha bisogno di spiegazioni concrete, non di voli pindarici).
  • Se dovessi dire chi sei oggi, allo stesso bambino e sempre in tre parole, quali sostantivi sceglieresti? (Fallo ora, per favore).

Adesso guarda alle 6 parole che hai scritto, e, prendendoti tutto il tempo necessario per dare una risposta sincera, chiediti:

  • da uno a 10, quanto mi sento rappresentato da queste definizioni?
  • quanto sono aderenti alla mia realtà di oggi?
  • sono le definizioni che vorrei fossero associate a me se qualcuno che amo parlasse di me oggi? se qualcuno dovesse far un discorso di presentazione su di me?
  • se no, quali parole vorrei invece che venissero utilizzate per definirmi, per presentarmi, per ricordarmi?

Posso immaginare che queste domande ti abbiamo messo un po’ a disagio, perché non siamo abituati a definire noi stessi, soprattutto esulando dai ruoli socialmente riconosciuti che ci siamo attribuiti con il passare del tempo. Eppure non è possibile trovare una risposta a una domanda che non ci si pone mai! 

La domanda “CHI SONO?” è in assoluto la più semplice da farsi, e la più difficile alla quale dare risposta.

E, se vogliamo capire meglio chi siamo (e di conseguenza dove vogliamo andare per decidere il prossimo passo da compiere) dobbiamo prima di tutto essere disposti a indagare, a metterci in discussione e a utilizzare qualsiasi strumento, per quanto banale ci appaia.

Quindi non temere di portela, e di farlo spesso, permettendo a te stesso di rispondere nei modi più diversi, cominciando così a scattare delle fotografie di quello che sei, giorno dopo giorno.

Ad un certo momento, ti renderai conto che le fotografie cominceranno a essere sempre più simili, avranno alcuni elementi ben precisi in comune, alcune sfumature che parleranno di te con chiarezza. 

E non si tratterà di comportamenti che oggi riferisci a te stesso dicendo “sono fatto così”, e nemmeno di aggettivi con i quali sei stato etichettato da bambino o adolescente.

Poco a poco, o magari tutto insieme all’improvviso, emergerà la tua parte più vera, più profonda e in evoluzione. La parte di te che puoi amare senza paura e che può farti essere te stesso senza paura.

L’unica cosa che conta è che tu, oggi, abbia il coraggio di cominciare a farti con costanza la giusta domanda, e a darti con costanza la risposta che senti più sincera.

ER coaching

gestire-picco-emotivo

Emozioni: gestire il momento

Questo articolo è dedicato ad alcune tecniche finalizzate alla gestione dello stato emotivo, e naturalmente non ha la pretesa di essere esauriente! Tuttavia, se hai letto il post che lo precede e applicato i suggerimenti che contiene, sai che il mio obiettivo è dare strumenti concreti che possano essere immediatamente utilizzabili nella quotidianità.

Come possiamo gestire il momento di particolare intensità emotiva?

Esistono tecniche che permettono di abbassare l’intensità emotiva all’istante, in modo da evitare reazioni poco lucide e potenzialmente dannose nei momenti di sovraccarico:
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La mia preferita al momento, soprattutto perché applicabile nel preciso istante in cui si avverte il disagio, anche in presenza di altri, è stata elaborata dalla Dott.ssa Maria Grazia Parisi e si chiama FastReset® (che sta per “Focused Awareness Shift Technique Reprocessing Emotional Subjective Experience Traits”). 

Per applicarla correttamente e ottenere il meglio di quello che può offrire ti consiglio di leggere il libro o di frequentare un corso, perché io non sono di certo qualificata per insegnarla. Nel frattempo però fai una prova seguendo le mie semplici istruzioni: sono sicura che avrai anche tu risultati sorprendenti, a dimostrazione del fatto che si tratta di un’ottima tecnica!

In estrema sintesi e semplificando al massimo, consiste nel distogliere velocemente la nostra attenzione dall’emozione e portarla a una parte “complessa” del nostro corpo, la cui padronanza richiede un certo impegno a livello cerebrale, come ad esempio le mani. Anche nel bel mezzo di una discussione piuttosto sgradevole, portando per un istante attenzione alle mani e contraendo impercettibilmente le dita, ho potuto recuperare la mia centratura e sostenere il mio punto di vista molto meglio di quanto avessi mai fatto prima. è facile, è veloce, può riuscirci chiunque :-)

bussola_ERcoachingUn altro strumento molto utile è l’EFT™ , che sta per Emotional Freedom Technic: si tratta di picchiettare in sequenza alcune zone del nostro corpo, che corrispondono a punti ben precisi sui meridiani individuati dalla medicina tradizionale cinese. Anche solo un “giro” di picchiettamenti permette di abbassare notevolmente l’intensità delle emozioni che stiamo provando, e quindi ci aiuta a comprendere cosa abbia scatenato la reazione emotiva, quali nostri valori siano stati toccati e quali confini violati. Non posso esprimermi sulla base scientifica di questa tecnica perché non ne ho le competenze, ma in generale posso dire che qualsiasi tecnica ci porti a concentrarci sul corpo, invece che sul disagio emotivo che stiamo provando, facilita la chiarezza necessaria per affrontare la situazione presente con equilibrio. Questa mi è stata spiegata dalla prima coach come “pronto soccorso emotivo” e da me utilizzata in più di un’occasione; l’unico neo, difficile farla in presenza di altri a meno che non la conoscano a loro volta!

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Infine, ci sono diverse tecniche mutuate dalla PNL, vale a dire la Programmazione Neuro Linguistica, che permettono di ripristinare uno stato di equilibrio emotivo ottimale, o comunque sufficiente a recuperare lucidità. Questo è un esempio:

  • Prima di tutto bisogna individuare dove sentiamo l’emozione all’interno del corpo e quali caratteristiche associamo ad essa: dimensione, forma, colore, temperatura, stato (ferma, in movimento, pulsante, …), etc. Se non si è abituati a farlo può sembrare strano, ma prestando attenzione risulta evidente che in effetti percepiamo le nostre emozioni con caratteristiche ben precise.
  • Poi si decide di cambiarne la caratteristiche, immaginando di colorarla, di scaldarla o raffreddarla, di spostarla all’interno del corpo o anche all’esterno, di farla ruotare su se stessa o magari di immobilizzarla, di ridurne le dimensioni, di farle cambiare forma, etc. Con un po’ di pratica, ti accorgerai che alcuni cambiamenti intensificano l’emozione e altri ne diminuiscono l’intensità: sperimenta un po’, divertiti, e fammi sapere come va!

Si tratta di un esercizio che richiede un po’ di esperienza e all’inizio risulta più facile sotto la guida di qualcuno che già li conosce, ma in generale il beneficio è immediato anche nella versione fai-da-te, a patto da non auto-sabotarsi con pensieri come “che stupidaggine, tanto non funzione, tanto non sono capace” o simili.

Il punto, in ogni caso, non è spegnere l’emozione così come si cercherebbe di far passare un mal di testa: questo infatti vorrebbe dire reprimerci invece che ascoltarci.

L’obiettivo è sempre di apprendimento e di crescita!

Se stiamo provando un’emozione di intensità tale da non riuscire a pensare con chiarezza, ci serve prima di tutto recuperare la nostra lucidità, e poi applicare tale lucidità anche alla causa che ha generato l’emozione. In pratica, con queste tecniche abbasseremo il livello del dolore del sintomo per diagnosticarne l’origine e, se il caso lo richiedesse, intervenire a quel livello.

Bene, siamo giunti al termine di questo secondo post chilometrico, e come puoi immaginare ci sarebbe ben altro da dire sulla gestione dello stato emotivo. In ogni caso da qualche parte bisogna ben iniziare… buon lavoro, e fammi sapere come procedi!

Elena Re Coaching - CuneoER coaching

riconoscere-le-emozioni

Gestire le emozioni: riconoscerle e farne un alleato prezioso.

Uno degli ostacoli più difficili da gestire sul percorso verso la chiarezza è rappresentato dall’intensità delle nostre emozioni.

In effetti si tratta di una questione scottante, che incide sulla qualità della nostra vita e dei nostri risultati, personale e professionali, in molte situazioni e in molti modi diversi! Non a caso uno degli argomenti più in voga – per una volta a ragione – di questi tempi è la cosiddetta intelligenza emotiva, cioè la capacità di riconoscere, accettare e gestire i nostri stati emotivi a prescindere dalle sollecitazioni cui siamo sottoposti (per approfondimenti ti consiglio di iniziare da qui). 

Anche in questo caso, come in quello dei consigli sull’ordine, ho dovuto fare un lungo apprendistato e sono ancora lontana dall’essere maestra, ma ho fatto di necessità virtù e sono arrivata a ottenere risultati che fino a un paio di anni fa avrei creduto impossibili per me! Quindi, questo post non vuole essere un’introduzione all’argomento né trattare i suoi principi generali, bensì ti fornire alcuni strumenti che io ritengo interessanti, e immediatamente utilizzabili nella vita quotidiana, per mantenere un soddisfacente equilibrio emotivo.

Prima di tutto, riconosci le tue emozioni quando si presentano.

Siamo talmente abituati a mantenere sotto controllo i nostri stati d’animo e le nostre reazioni che spesso ci ritroviamo a reagire in modo automatico (e con questo intendo: automaticamente educato, automaticamente politically correct, automaticamente orientato al rispetto dell’altrui posizione) e non ci rendiamo nemmeno conto delle emozioni che la situazione in essere sta provocando in noi.

Quante volte ti è capitato di uscire dall’ufficio (scuola, riunione famigliare, etc), e alcuni minuti/ore/giorni dopo sentirti arrabbiato o frustrato o offeso (o qualsiasi altra cosa), e ritrovarti a pensare “avrei dovuto dire/fare questo invece di quest’altro”?

Non sempre le circostanze ci danno il tempo e il modo di fermarci a recuperare il contatto con noi stessi, però si può provare a farlo temporeggiando. Possiamo chiedere maggiori chiarimenti, rielaborare verbalmente gli argomenti del nostro interlocutore. Non avendone la possibilità, si può chiedere espressamente tempo per “analizzare i dati al fine prendere la decisione (dare il contributo) più funzionale”.

In ogni caso, anche solo decidere di prestare attenzione ad un nostro disagio, in qualunque modo questo decida di manifestarsi (e di solito si manifesta eccome, perché il nostro corpo cerca sempre di comunicare, e lo fa con una certa chiarezza), segnalerà a noi stessi che siamo aperti a considerare il messaggio di cui la nostra emozione del momento è portatrice. E questo diminuirà immediatamente l’intensità della reazione emotiva, permettendoci di recuperare chiarezza e lucidità.

In secondo luogo, considera le tue emozioni come messaggeri che hanno il compito di portare alla tua attenzione qualcosa di importante.

Se noi etichettiamo un’emozione come “negativa”, “sgradevole” o “distruttiva”, faremo di tutto, consapevolmente o inconsapevolmente, per evitare di provarla.

In particolare, in contesti che considerano socialmente inaccettabile il lasciar prevalere le emozioni (fra i quali l’ambiente lavorativo), ci abitueremo a reprimere tale emozione, al punto da non renderci nemmeno più conto di provarla!

Quando invece accettiamo che ogni tipo di emozione abbia lo scopo positivo di sottolineare qualcosa di importante, cui è necessario prestare attenzione, permettiamo che il messaggio venga consegnato e possiamo quindi recepirlo al meglio.

Questo è un passaggio particolarmente importante perché non bisogna dare per scontato che un’emozione particolarmente intensa o “sgradevole” stia segnalando un evento negativo.

Soprattutto a livello di intensità, siamo spesso così abituati a non dare ascolto a noi stessi che immediatamente associamo un alto livello di impatto emotivo a situazioni quali uno scostamento dai nostri valori o una violazione dei nostri spazi. Cosa non sempre corretta, o adeguata al contesto.

Quindi attenzione, prima di decidere che l’emozione sta portando un messaggio di allarme bisogna verificare come stiano in effetti le cose!

Infine, impara a gestire i momenti di picco emotivo.

Quando l’intensità emotiva generata da determinate situazioni o interazioni è tale da impedirci di agire con la necessaria lucidità, possiamo ricorrere ad alcune tecniche che ci permettono di gestire il momento ed evitare errori comportamentali e relazionali che potrebbero avere conseguenze disastrose.

Dato però che questo post sta diventando chilometrico… ti do appuntamento al prossimo articolo per approfondire l’argomento “tecniche”.

Nel frattempo, ti invito ad applicare quanto abbiamo già visto insieme.

Si tratta di riflessioni potenti che possono davvero cambiare la qualità della tua vita, e quindi anche aiutarti a ottenere maggiore chiarezza in questo nostro percorso. Buon lavoro!

ER coaching

giornata-mondiale-della-gentilezza

Gentilezza: chiariamoci le idee!

Avevo un post pronto da pubblicare nel pomeriggio, ma questa mattina, mentre ero in giro e verificavo mail e messaggi, ho scoperto che oggi ricorre la

Giornata Mondiale della Gentilezza!

E così ho pensato che ci sarebbe stato bene un articolo un po’ diverso, che ha comunque a che fare con la chiarezza e che meditavo di scrivere già da un po’.

Chi mi conosce come coach sa che ripeto spesso una frase “sii gentile con te stesso“.

Questo perché abbiamo l’abitudine di essere molto severi con noi stessi, al limite della crudeltà a volte, pur rimanendo al tempo stesso anche troppo indulgenti nei confronti delle nostre abitudini disfunzionali, siano esse mentali e comportamentali (mi ci metto anch’io nel gruppo, fra i rappresentati più significativi).

Come le due cose possano andare d’accordo, rimaneva per me un mistero finché non mi sono imbattuta in questa citazione della Dr.ssa Kristin Neff:

I found in my research that the biggest reason people aren’t more self-compassionate is that they are afraid they’ll become self-indulgent. They believe self-criticism is what keeps them in line. – Nelle mie ricerche ho scoperto che la principale ragione per la quale le persone non sono più compassionevoli nei confronti di loro stesse risiede nell’aver paura che (così facendo) diventerebbero auto-indulgenti. Credono che criticare se stessi sia ciò che li mantiene sulla retta via.

Mi sono resa conto allora che il legame fra la mancanza di gentilezza verso ve stessi, che poi spesso si traduce in mancanza di gentilezza nei confronti di chiunque altro, e l’eccessiva auto-indulgenza in merito a specifici ambiti della nostra vita sono strettamente connesse: da una parte cerchiamo di “farci rigare dritto”, mentre dall’altra sentiamo che “con tutto quello che già faccio/sacrifico, potrò ben concedermi X, Y o Z”.

Facciamo quindi chiarezza su cosa si intende per gentilezza. La definizione che preferisco é:

Gentilezza = garbo, cortesia

Soprattutto il termine garbo, con il suo fascino un po’ antico, andrebbe tenuto a mente quando trattiamo con noi stessi, e con gli altri: parlare in modo garbato, con toni e termini garbati, fare gesti garbati… quanto migliorerebbe la nostra vita se ricoprissimo il valore della gentilezza intesa come garbo?

Per me garbo è sinonimo di gentilezza e anche di rispetto, e il rispetto esclude automaticamente l’auto-indulgenza.

E allo stesso modo, esclude, quando si tratta di altre persone, il sacrificarsi, l’annullare le proprie opinioni, la disponibilità estrema a proprie spese, e tutto quello che erroneamente capita di associare al concetto “essere troppo gentili con gli altri”.

Non si può essere TROPPO gentili quando si ha chiaro il significato profondo dell’essere gentili.

Pertanto, questo fine settimana ti invito a fare una riflessione approfondita:

  • sul modo in cui tratti te stesso e le persone che ti circondano,
  • sulla correlazione fra le emozioni negative che provi per te stesso e quelle che ti suscitano gli altri, e
  • sul livello di auto-indulgenza che ti concedi in relazione alla severità con la quale giudichi i tuoi comportamenti.

Non ho usato a caso termini così forti: non si tratta di una riflessione da poco, e rappresenta un passo essenziale per il percorso che hai intrapreso con l’intento di portare chiarezza nella tua vita.

Buona riflessione, quindi, e ricorda:

sii gentile con te stesso!

ER coaching

Silenzio - rimore

Primo passo: spegnere il rumore e cercare il silenzio!

Ed eccoci finalmente ai blocchi di partenza: pronto per fare finalmente chiarezza, nella vita e nel lavoro? Cominciamo allora!

Una volta accettato il fatto che, come abbiamo visto nell’ultimo articolo, la chiarezza non è qualcosa di definitivo e di definitivamente acquisibile, bensì un’opera d’arte mai terminata che in alcuni momenti ci apparirà come un tremendo scarabocchio, come prima cosa è necessario eliminare alcuni ostacoli che oggettivamente ci impediscono di trovare chiarezza dentro di noi.

Mi riferisco in particolare ad alcuni fattori esterni che però, con il tempo, finiamo per interiorizzare, primo fra tutti il RUMORE.

Viviamo in case rumorose, in uffici rumorosi, attraversiamo zone con un traffico rumoroso, e impegniamo il nostro tempo libero in attività rumorose.

Fateci caso: il silenzio è diventata merce rara, il cui inestimabile valore è ormai misconosciuto.

Soprattutto perché a tutto questo rumore esterno corrisponde di solito un rumore interno ancora maggiore, fatto di rimuginamenti, eventi negativi ripercorsi ossessivamente, elenchi di cose da fare, cose che non vanno, cose che ci preoccupano, situazioni che avremmo voluto svolgersi diversamente. Invece di essere il migliore amico di noi stessi, siamo il nostro peggior antagonista, il nostro detrattore, il nostro critico più feroce.

So bene che non dico niente di nuovo, eppure proprio da qui bisogna partire.

E non è un caso che io lo scriva di venerdì: perché abbiamo davanti un intero fine settimana per essere protagonisti della nostra vita invece che subire tutto questo rumore. Il weekend dei cimiteri è passato e Natale è ancora lontano; addirittura le previsioni del tempo sono clementi in tutta Italia. Approfittiamone!

  • Prima di tutto, proviamo a prenderci una pausa da TV, autoradio, centri commerciali, aperitivi affollati, shopping sfrenato. Per una volta, si può decidere di andare al mare o in montagna (in questa stagione ancor meglio, i colori sono stupendi) o anche solo in un parco, e godersi qualche ora di pace. Niente giornali e soprattutto niente telegiornali.
  • Poi, respiriamo profondamente, di pancia (se non sai come farlo, leggi qui). Respiriamo a lungo, possibilmente aria pulita, e osserviamo come cambia la nostra sensibilità ai rumori esterni e al nostro dialogo interno.
  • Infine, prestiamo attenzione a quello che la nostra mente ci racconta quando cerchiamo di stare in silenzio. Cominciamo così, semplicemente prendendo nota e accettando come naturale il fatto che, con ogni probabilità, rileveremo parole poco piacevoli. Per assurdo, la tentazione è prendersela con noi stessi perché ci trattiamo male, e in questo modo rimaniamo imprigionati in un carosello di recriminazioni che non ci porta da nessuna parte! Invece, possiamo scegliere di limitarci a rilevare come questo strumento, la mente, stia funzionando e chiederci cosa potremmo scegliere di dirci come se a parlare fosse il nostro migliore amico.

A cosa serve tutto questo? Proprio a spianare la via per il lavoro che dovremo fare se vogliamo portare chiarezza nella nostra vita. Infatti, come potremmo sentire le risposte alle domande che ci faremo se il fracasso sovrasta tutto quanto, fuori e dentro di noi?

Qualsiasi risultato, qualsiasi successo professionale o personale, qualsiasi miglioramento si fonda su una visione chiara di chi siamo, qual è il nostro scopo più alto, e dove vogliamo andare – vale a dire sulla chiarezza.

Per questo fine settimana ti invito quindi a cercare un po’ di silenzio fuori di te e ad ascoltare te stesso con indulgenza, magari a parlarti con maggiore gentilezza, in modo da preparare il terreno per acquisire la chiarezza che ti serve. Qualunque essa sia.

P.S. sai quante persone trascurano questo primo passo perché si sentono troppo sicure di sé e delle proprie capacità di ascolto e non capiscono il vero valore del silenzio? Troppe, te lo assicuro! Tu fidati e prova a mettere in pratica questi consigli, ne vale assolutamente la pena ;-)

P.P.S. ti ricordo che un buon modo per portare chiarezza nella tua vita è parlare con una coach, quindi… approfitta dell’opportunità di una sessione gratuita (e senza impegno): la puoi prenotare qui!

ER coaching

chiarezza

CHIAREZZA: da dove cominciamo?

Per inaugurare il mese sulla chiarezza ho pensato di fare alcune premesse, e prima di tutto di chiarire… quello che intendo con questo termine!

La definizione che mi convince di più è fornita dal vocabolario Treccani:

Chiarezza: qualità propria di ciò che è chiaro e lucente, (…) e in senso figurato, lucidità, ordine.

In particolare, mi piace il concetto di LUCIDITÀ: lo associo alla possibilità di pensare e agire in modo coerente e finalizzato, il che rappresenta per me uno dei risultati migliori che si possa ottenere con il coaching.

Quando qualcuno decide di rivolgersi a un coach per ragioni non correlate ad una specifica performance, di solito lo fa perché il livello di confusione che sta sperimentando nella propria vita è diventato intollerabile. Troppi pensieri e preoccupazioni, troppi impegni e responsabilità, troppo rumore dentro e fuori, troppe immagini, troppe sensazioni sgradevoli. Troppo di tutto, e tutto apparentemente troppo importante e urgente da poter essere messo in secondo piano. Non è più in grado di pensare lucidamente e di dare ordine alle proprie priorità, e spesso è arrivato al punto da non sapere più nemmeno quale sia il senso della vita che sta vivendo o da non riuscire più a definire se stesso.

Il disagio generato da un tale stato di cose, se prolungato nel tempo, può arrivare a livelli altissimi e difficilmente gestibili senza l’aiuto di uno specchio esterno che, rimandando l’immagine della situazione così com’è, permette di mettere ordine e ristabilire priorità e confini.

Il lavoro da fare consiste essenzialmente in questo:

mettere in ordine di priorità e definire gli spazi,

lasciando andare senza rimpianti quello che non rientra fra ciò che è importante e/o ciò che è necessario.

In ogni caso, sia che si decida di fare da soli sia che ci si rivolga a un professionista, è importante essere consapevoli di alcuni punti:

  • quando lavori sul raggiungimento della tua chiarezza interiore, ci sarà un momento in cui tutto sembrerà più oscuro e confuso di prima: è normale, anzi è necessario, quindi non spaventarti e vai avanti comunque;
  • sii gentile con te stesso, perché a volte scoprirai aspetti di te che a prima vista non ti piaceranno, soprattutto quando non sono compatibili con chi tu hai sempre pensato di essere, e avrai bisogno di un po’ di pazienza per comprendere, accogliere e integrare queste nuove consapevolezze;
  • il solo modo di arrivare da qualche parte è scegliere una strada e continuare a percorrerla finché non si è arrivati, quindi scegli una modalità e attieniti ad essa. Pensaci bene prima di partire con un percorso, ma una volta che l’hai intrapreso e ne hai testato la validità, portalo fino alla fine senza tentare di aggiungere altre tecniche o modalità: se continui a cambiare strada ti ritroverai sempre al punto di partenza o, peggio, più lontano dal tuo traguardo di quando sei partito!
  • qualunque consapevolezza tu acquisisca, andrà sottoposta alla prova del tempo: “chiarezza” non è uno stato che si conquista una volta per tutte, bensì un work-in-progress che si arricchisce giorno per giorno a condizione che tu abbia voglia di metterti in gioco… giorno dopo giorno :D

Premesso tutto questo, nelle prossime settimane andremo insieme a scoprire alcuni fra i molti percorsi che possono portare maggiore chiarezza nella tua vita: sei pronto per questa avventura? Io sì, e non vedo l’ora!

La chiarezza adorna i pensieri profondi – Luc de Clapiers de Vauvenargues

P.S. se nel frattempo vuoi fare una chiacchierata chiarificante, puoi richiedere la tua sessione gratuita e senza impegno qui: ti aspetto!

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