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Una delle cose migliori che il coaching ha fatto per me

PREMESSA: Per questa settimana avevo preparato un articolo che portasse avanti gli argomenti trattati negli ultimi tempi, ma ieri ho saltato il giorno della pubblicazione per eccesso di lavoro e quindi oggi mi sono ritrovata a decidere se procedere come previsto o scrivere invece qualcosa di più personale. E, per questa volta, ho scelto la seconda opzione. 

Oggi è il 1° maggio: Festa del Lavoro!1° Maggio festa del lavoro 6

Chi mi conosce sa che ho un trascorso lungo e travagliato con il concetto di “lavoro”.

Infatti più volte nella mia vita sono approdata a ruoli professionali che avevano a che fare con la ricerca e selezione, la ricollocazione, l’ottimizzazione del lavoro, etc., senza averli in effetti cercati. Purtroppo, in due occasioni l’evoluzione aziendale di questi ruoli mi ha portata a desiderare una qualsiasi alternativa pur di andarmene, ed è nato in me una sorta di amore-odio per questo tipo di attività professionale. Da un lato, c’era la gioia di dare una mano alle persone nel trovare un lavoro o gestire meglio quello che già avevano, la sensazione di fare qualcosa di davvero utile – nel mio piccolo – per migliorare un po’ il mondo intorno a me; dall’altro, c’era tutto il contorno che non mi piaceva affatto e soprattutto mi costringeva a dei compromessi che non riguardavano solo me, ma anche la vita di altri.

E i compromessi mi esasperano, parecchio, così, quando ho chiuso con l’ultima esperienza legata a questo settore, ho pensato che mai e poi mai avrei più voluto occuparmene. 

E’ passato un po’ di tempo (in effetti poco, ma intenso!): mi sono iscritta alla scuola di coaching, ho ripreso in mano il materiale di tutti i corsi frequentati negli anni, ripercorso le esperienze e consapevolizzato alcune delle lezioni che queste potevano insegnarmi, e quando ho iniziato a pensare che la mia passione per il coaching potesse diventare anche la mia unica professione, dentro di me è nato un conflitto: da un lato la Elena più legata alla parte emozionale ed emotiva, che Heart vs Mind. Fighting.desiderava dedicarsi solo al miglioramento e alla crescita delle persone e non voleva più saperne di meccanismi aziendali e simili, e dall’altro la Elena razionale che ripeteva “applica il coaching al mondo del lavoro, perché quelle sono le tue competenze più evidenti che ti aiuteranno a pagare i conti a fine mese!”.

Il conflitto è andato avanti per qualche mese, mentre mi formavo e progettavo il mio futuro professionale, poi è arrivato il periodo degli esami e noi allievi del corso di coaching abbiamo cominciato a scambiarci sessioni che ci aiutassero ad affrontare la prova pratica, vale a dire una sessione completa supervisionata da tre docenti.

Come potete immaginare, un conto è seguire un percorso di coaching come coachee, sapendo di voler arrivare a un certo risultato, e un conto è trovare argomenti freschi per diverse sessioni nel giro di pochi giorni; inoltre è ben diverso lavorare con un coach esperto che hai scelto e rispetti che non scambiare simulazioni con un compagno di corso, con il quale magari non ti sei trovato troppo bene ma che è tuo partner nell’esercitazione. Non sempre si ha voglia di entrare nel personale!

Insomma, due giorni prima dell’esame non sapevo più quale argomento tirare fuori dal cilindro per gli esercizi e ho heart and brain with glass of red winepensato che “dove voglio andare come coach” potesse andare bene anche per una semplice simulazione… ed ecco che, con mia grande sorpresa, una persona con la quale non ero particolarmente in sintonia è riuscita, con le sue domande, ad accompagnarmi nel mettere d’accordo testa e cuore!

Dato che il lavoro è così importante per me, che impegna così tanto in termini di tempo ed energie, che quando manca è un grosso problema, e che vivere male nell’ambiente di lavoro porta a vivere male anche nel resto del tempo, e considerando che è un tema che ricorre con insistenza nella mia vita, mi sono resa conto che avrei probabilmente dato molto di più e aiutato in modo molto più decisivo ed efficace se il mio coaching si fosse rivolto soprattutto a chi aveva difficoltà in questo ambito.

Ho consapevolizzato che mettere insieme le due cose, il desiderio del cuore con le indicazioni della testa, mi avrebbe indicato la strada migliore per me, la più autentica, quella che sentivo davvero mia.

Illuminated garden path patioE sapete una cosa? E’ stato proprio così, come se si fosse acceso un faretto, andando a illuminare un angolo fino a quel momento in ombra della mia identità professionale: prima non vedevo come far andare d’accordo ragione ed emozione, pur sapendo a livello logico che avrebbe avuto senso, e dopo semplicemente l’accordo era stato stipulato.

Non so se ci sarei riuscita senza quella sessione di coaching: magari sì, dopo molto tempo e fatica (com’è accaduto per altre cose della mia vita), o magari mai. In ogni caso è una delle cose per le quali sono maggiormente grata al coaching, nonché un esempio che cito spesso a sostegno della sua efficacia: lo strumento è così potente che, anche nelle mani di un esaminando, può portare a consapevolezze importanti, a trovare direzione e centratura, a definire un intero percorso professionale e di vita.

Adesso lavoro con persone che vogliono migliorare la propria posizione lavorativa, che hanno perso il lavoro, che lo vorrebbero cambiare, che vivono una profonda insoddisfazione professionale, che non sanno quale indirizzo dare alla propria vita, che attraversano una fase di transizione complessa. Il Lavoro è tornato a essere un punto focale della mia identità professionale, ma come piace a me, in un’ottica di crescita, miglioramento e benessere.

Senza alcuna retorica, questo 1° maggio ha per me un significato più vero e più profondo che in passato, e mi auguro che un giorno saranno sempre di più le persone a viverlo con la mia stessa emozione di oggi: se sarò riuscita a far sì che sia così anche solo per qualcuno, potrò dirmi soddisfatta.

Elena Re Coaching - Cuneo

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